giovedì 9 giugno 2011

Marco Tabellini: biografia


Marco Tabellini (M Tabe) suona chitarra elettrica e acustica. Nato nel 1985, ha sviluppato il proprio linguaggio da autodidatta, attraversando diversi ambiti della sperimentazione per chitarra in solo, con gruppi stabili (Auto da fè, attivo dal 2006 al 2009, e il duo con il percussionista Enrico Malatesta) ed ensemble estemporanei.

Partendo dall’improvvisazione radicale, giunge all’utilizzo di partiture scritte (lasciando comunque spazio alla composizione istantanea), in una tensione costante volta all’unione di tecniche estese, eterodosse, e forme più solide, coniugando elementi rumoristici e melodici.

Suonando in elettrico, Tabellini utilizza un set scarno e minimale, basato esclusivamente su chitarra e amplificatore (senza pedali). Il set acustico, perfezionato nel 2010-2011, sintetizza gran parte delle ricerche degli ultimi anni utilizzando anche la chitarra “preparata”, esplorando le potenzialità tecniche dello strumento e riscoprendo sonorità provenienti da diverse tradizioni musicali.

Ha collaborato con Enrico Malatesta, Stefano Giust, Manuel Mota, Renato Ciunfrini, Stefano Pilia, Rakshasa e numerosi altri artisti e gruppi. È stato curatore di “Sottoterra – rassegna di musiche non convenzionali” (Gabicce Mare, 2008), e ha suonato come solista per le rassegne Soul Limbo Sessions, Il Rombo Strozzato, Il Gaio Meriggio, Drink In Peace Your Sadness.
Ha pubblicato due album solisti con l’etichetta Setola di Maiale (“15 improvisations for solo electric guitar” e “12 improvised compositions for solo electric guitar”) ed à ideatore, coordinatore e co-produttore (insieme a Stefano Giust, sempre per Setola di Maiale) della doppia antologia “Guitars – an anthology of experimental solo guitar music”, che ha coinvolto 23 chitarristi da tutta Europa.

"(...) Quello che colpisce immediatamente nella musica di Marco Tabellini à questo suono grezzo, ruvido e spoglio, l'economia dei mezzi, questo senso di attacco (che rifiuta qualsiasi evanescenza), ma anche la fulmineità e la chiarezza di esposizione delle idee, senza ridondanza o ascetismo. …” [Revue et Corrigée]

“Lo stampo M Tabe sembra ottenuto dalla liquefazione di vecchie e nuove glorie, e il resoconto di ciò porterebbe chiunque a ipotizzare uno stuzzicante melange fra Derek Bailey e Manuel Mota sotto l’influsso di una soffusa lucina bluesy…” [Sands-zine]

“Crudezze assortite, eseguite senza rete di protezione. Marco Tabellini, possiede talento. …” [Kathodik]

“Credo di non sbagliare dicendo e pensando che Marco non è uno che gioca a dadi, ma che poggia i piedi su un terreno solido, su una struttura musicale personale, costruita magari con fatica e con le ingenuità di chi non ‘nasce imparato’ ma con la passione di chi ama il suo strumento e assieme a questo è alla ricerca di una strada e di un suono personale. …” [Blog Chitarra e Dintorni Nuove Musiche]

Guitar Improvisation Project by M Tabe su AlchEmistica


Marco Tabellini, in arte M Tabe, sembra avere il dono della tempestività: riesce infatti a siglare la decima realise con AlchEmistica, il quinto Guitar Improvisation Project e a festeggiare contemporaneamente il primo anno di attività della nostra netlabel.

Decisamente non male! Lo fa con un Guitar Improvisation Project con sette tracce dai nomi e dai gusti orientali, discreti. Con una musica che lascia parlare il suono, lascia spazio alle risonanze evanescenti della chitarra, e utilizza alcuni elementi ricorrenti per disegnare degli spazi, dei momenti di oblio, di quieta apparente staticità.
Inutile soffermarsi a parlare di musica tonale o atonale, di pieni o di vuoti, piuttosto parliamo di spontaneità. Questa sembra essere la parola d'ordine, l'elemento chiave non per definire ma per entrare all'interno di questo mondo musicale, alla fine così semplice e allo stesso tempo complesso.



Intervista a M Tabe (Marco Tabellini)


Caro Marco questa è la seconda volta che facciamo due “chiacchiere” assieme. La prima volta abbiamo parlato della compilation Guitars An Anthology of Experimental Solo Guitar Music da te curata per l’etichetta discografica indipendente “Setola di Maiale”; ora siamo qui per il tuo nuovo lavoro, il Guitar Improvvisation Project con Alchimistica. Approfittiamone per presentarti meglio ai lettori del Blog: come mai ti firmi “M Tabe”? Come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato? Qual è il tuo background musicale?

M Tabe è semplicemente l’abbreviazione di Marco Tabellini – mi è capitato e mi capita di usarla senza ragioni particolari; a volte la preferisco semplicemente perché è più minimale e immediata. Come tanti, ho iniziato a frequentare la chitarra perché un amico suonava cover rock e volevo farlo anch’io. Dopo qualche anno di rock più e meno ortodosso, avendo conosciuto musiche diverse, jazz d’avanguardia e classica contemporanea, ho iniziato uno studio più personale e consapevole – ma non per questo disciplinato – delle potenzialità dello strumento, usando da subito l’improvvisazione, “preparando” lo strumento con oggetti vari e sperimentando tecniche e gesti eterodossi in combinazione con il vocabolario chitarristico tradizionale. Altri strumenti: in privato studio il clarinetto, ma esclusivamente per diletto e arricchimento personale. Non amo particolarmente il polistrumentismo.

Tu hai già realizzato due dischi di improvvisazioni chitarristiche con Setola di Maiale: “15 improvisations for solo electric guitar” e “12 improvised compositions for solo electric guitar”. Non sei quindi nuovo a cimentarti su questi percorsi accidentati, ma che significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? L’improvvisazione sembra ormai essersi guadagnata la reputazione di essere un genere musicale a se stante, indipendente dal jazz, dalla contemporanea…

L’improvvisazione è uno strumento, non ha significato in sè. Nel mio caso, non avendo un diploma in composizione – cosa che mi auguro di ottenere, nella prossima reincarnazione – è stata un metodo abbastanza naturale ed efficace, soprattutto in solo, per approfondire il mio studio nel modo più immediato possibile; e con “immediato” non intendo tanto “veloce”, quanto “non mediato da… (preoccupazioni di varia natura)”. Improvvisare mi è servito anche per affrontare alcuni piccoli paletti e limiti derivati dal mio background “di genere”.
Eseguendo una serie di brani/étude scritti negli ultimi anni, poi, mi sono accorto che nella ripetizione di frasi e gesti codificati si può trovare un grado di improvvisazione spesso molto più suggestivo di quello che si ottiene limitandosi a suonare materiale eterogeneo ogni volta – è interessante contemplare le minuscole differenze (veramente impreviste) fra più versioni dello stesso pezzo o addirittura dello stesso suono, o gesto.
È verissimo che da qualche decennio si è consolidato un “genere improv”, legato spesso a un’interpretazione approssimativa e qualunquista della pratica improvvisativa – Berio ne parla in modo ineccepibile e definitivo nell’Intervista sulla musica (pagg. 89-94); per quanto mi riguarda, mi trovo più d’accordo con quelle 5 pagine che con tutto il libro di Derek Bailey.

Derek Bailey era alla disperata ricerca di una improvvisazione non “idiomatica”, di un qualcosa assolutamente lontano da qualsiasi altro linguaggio o base musicale esistente; alla fine anche il suo modo di improvvisare è diventato un marchio di fabbrica, il suo stile… come definiresti il tuo stile?

Tralasciando l’indiscutibile influenza su numerosissimi chitarristi e musicisti, penso che Bailey sia sopravvalutato, o perlomeno valutato in modo poco obiettivo – quindi anche il discorso sulla sua influenza andrebbe rivisto in modo critico.
Un qualsiasi estratto di una sua performance, o album, presenta elementi interessantissimi dal
punto di vista della tecnica e dell’aneddotica strumentale – penso all’uso di armonici inusuali e
modulati sfruttando il ponte a cordiera, il ricorso a intervalli estremamente ampi, i ritmi spezzati, i contrasti fra certi elementi rumoristici e aperture liriche; il problema è che nell’arco della sua produzione ha sostanzialmente riproposto sempre le stesse cose, risultando carente in fattori per me importantissimi, come tensione, freschezza, dinamismo, curiosità. Paradossalmente, quello “stile” che si voleva non “idiomatico” risulta in pratica un altro idioma: un esperanto magari affascinante, ma alla lunga statico e prevedibile, e incapace di reggere il confronto con linguaggi più longevi e stratificati (consolidati grazie al contributo di diversi grandi compositori e interpreti). Per quanto riguarda il mio stile, lo definirei grezzo, teso e austero.

Nel 1968 Derek Bailey chiese a Steve Lacy di definire in 15 secondi la differenza tra improvvisazione e composizione. La risposta fu “In 15 secondi la differenza tra composizione e improvvisazione è che nella composizione uno ha tutto il tempo di decidere che cosa dire in 15 secondi, mentre nell’improvvisazione uno ha 15 secondi” .. la risposta di Lacy era troppo ironica o corrisponde a verità?

Forse un po’ sardonica. La composizione offre la possibilità di articolare un pensiero musicale in modo approfondito, riflettendo, provando diverse soluzioni, attingendo a risorse di non immediata reperibilità, ecc.; l’improvvisazione sfrutta un gesto dagli esiti non completamente prevedibili, potenzialmente rischioso, che genera tensione attiva e può lanciare la composizione istantanea in una direzione inaspettata e magari più interessante. Ma è importante ricordare che i due approcci non sono esclusivi; composizione e improvvisazione possono benissimo essere impiegate insieme, con infinite possibilità di dosaggio degli ingredienti. Ovviamente, tutto sta nelle capacità del musicista, e dipende da ciò che vuole ottenere. (Ci ho messo 15 minuti a comporre questa risposta.)

La tua Guitar Improvvisation a volte suona quasi .. giapponese .. ci sono dei riferimenti alla musica tradizionale gagaku o alle musiche di Takemitsu?

Credo che il riferimento sia soprattutto al primo pezzo, nel quale uso la chitarra preparata e rendo chiaramente tributo alla musica dell’estremo oriente.
Sono appassionato di cultura Giapponese, e mi piace molto la musica tradizionale – più che del
gagaku, sono un grande estimatore della musica per shamisen, taiko e koto; sento molta affinità per la qualità anti-ipnotica di questo strumenti, il modo in cui il silenzio risalta e fa risaltare ogni nota o colpo nella sua discrezione timbrica e ritmica.
Riguardo Takemitsu, conosco solo alcuni suoi lavori – per quanto apprezzi quello che ho sentito, non posso dire di conoscerlo abbastanza bene, e non c’è alcun riferimento alla sua musica, né ritengo possibile una sua influenza su quello che ho fatto finora.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Un artista ha il dovere, oltre che l’opportunità, di tener conto del lavoro dei suoi predecessori e di alcuni contemporanei per affilare il proprio stile nel modo più opportuno, sviluppando una “cassetta degli attrezzi” che permetta di lavorare il materiale offerto dal tempo in cui vive. Nello specifico, un odierno chitarrista o compositore per chitarra non può permettersi di ignorare tanto Francesco da Milano quanto The Book of Heads. Passato, presente e futuro non sono necessariamente monoliti impermeabili e imperscrutabili, da ordinare in fila (la Storia musicale intesa in rispettoso senso cronologico), ma materiale passibile di interpretazione, critiche, modifiche, tradimento. L’artista stabilisce delle gerarchie, in base alla propria sensibilità. Non visione uniforme, quindi, ma gerarchica, caleidoscopica e sintetica.
Il rischio di labirintite discografica è reale, ma non credo sia imputabile alla varietà (opinabile)
dell’offerta. La responsabilità è individuale.

Più che una domanda .. questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

Porre questo “altro” come oggetto di interesse finale mi sembra una forma ancora maggiore di
violenza, o perlomeno eccentricità forzata, frutto di condizionamento concettuale. La componente razionale, quella che può interessarsi di altri pensieri, rumori, sonorità e idee è variabile e influenzabile, soprattutto dall’educazione, dall’istruzione, dall’ambiente culturale. Tuttavia la musica dovrebbe portare anche allo smarrimento di quel “sè stesso”, colpendo e illuminando la componente universale dell’essere umano, in comunicazione con il corpo (sensibile al ritmo), con l’energia vitale e con la consapevolezza della mortalità; questo non significa che debba essere musica primitiva o riproporre solo materiali già assimilati e interiorizzati. Quello che andrebbe ritrovato e riconosciuto è nell’individuo, e va solo stimolato con sempre rinnovata precisione. Altri pensieri, rumori, sonorità e idee non come fine della ricerca, quindi, ma come mezzo: quali di questi posso elaborare per “scremare” la trascurabile contingenza storico-culturale e arrivare a una musica più netta e radicale? Ogni artista risponde a questa domanda in modo diverso.

Qual è il ruolo dell’Errore nella tua visione musicale? Dove per errore intendo un
procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...

L’errore di cui parli è fondamentale. Nel mio caso, la ricerca di una forma, di una solidità o verità della composizione (istantanea o premeditata) si scontra con i limiti del mio linguaggio o con la mia ritrosia nel caso l’esecuzione prenda una piega troppo prevedibile, comoda, banale; questo scontro può generare tensione, e spesso proprio quel procedimento erroneo. Che sia frutto di un corto-circuito della mia tecnica, di un raptus o di un gesto volontario, il mio lavoro consiste nel “significare” questo aborto, o aborto mancato, e organizzare il brano di conseguenza. Va fatta distinzione, però, fra i famosi “errori sbagliati” e gli “errori giusti”. Nell’improvvisazione non premeditata, quando gli “errori” si succedono con frequenza, è importante per me non cedere a quella forma di astrattismo che porta ad accettare acriticamente qualsiasi cosa; l’improvvisazione “aperta”, nella quale si è disposti ad includere di tutto, annulla il rischio: la metafora con il lancio dei dadi richiamata dalla musica “aleatoria” ha senso se il rischio di sbagliare è reale. Se l’esito del lancio è sempre positivo, non c’è più rischio e ogni gesto è decorativo e intercambiabile. Personalmente, preferisco perdere molti brani potenzialmente interessanti (molte volte basta un errore sbagliato, o uno di troppo, per compromettere irrimediabilmente l’esecuzione) che sacrificare quella tensione.

Parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

È un lavoro assolutamente determinante, che richiede molte risorse, tempo e motivazione.
Naturalmente, il fatto che sia fondamentale per la “carriera” di un musicista non significa che abbia rilevanza sulla qualità della musica.

Come vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale
al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza
ad essere aggiornati e possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi? Ti faccio questa domanda anche il relazione al fatto che AlchEmistica è una netlabel che distribuisce solo musica in formato mp3 ..

In genere simpatizzo per le crisi in quanto momenti interessanti di necessaria e chirurgica rottura. Certamente, tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e accumulare mp3 porta a trascurare la reale assimilazione di idee e processi creativi, e a considerare la musica come un oggetto prodotto al solo fine di essere fruito superficialmente. L’eccesso di offerta inibisce il desiderio e banalizza l’esperienza musicale: i dischi per i quali si ha un reale appetito non possono essere e non sono così tanti.
In ogni caso, l’effettiva differenza qualitativa (hi-fi, lo-fi) fra CD originali, dischi scaricati illegalmente o scaricati su netlabel è secondaria: tutto sta nella capacità di un individuo di capire quello di cui ha veramente bisogno e quello che è trascurabile. Se sento il bisogno di ascoltare una certa opera nel minimo dettaglio, me la procuro nel supporto idoneo e l’ascolto con un impianto adeguato; se di un altro artista mi interessa una panoramica generale, mi faccio un misto con mp3 scaricati. Se voglio conoscere il lavoro di un chitarrista di cui non si trova nulla nei negozi e su emule, avere del materiale a disposizione su una netlabel può essere utilissimo.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con sè.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta? Che musiche ascolti di solito?

Negli ultimi anni sempre più musica classica, poi musica per interprete solista di ogni genere, musica tradizionale Giapponese, rock in varie salse, dischi di artisti o gruppi che conosco personalmente… Ribot è sempre una gran fonte di ispirazione, così come Buckethead un divertente diversivo. Non sono onnivoro, e al momento i dischi che ho messo da parte dentro scatoloni vari sono molto di più di quelli che tengo a portata di mano.
Alcuni album che ascolto sempre più che volentieri sono le variazioni Goldberg nell’incisione di
Gould dell’81, la Lectura Dantis di Carmelo Bene, i concerti per violoncello di Šostakovič eseguiti da Rostropovich…

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Non posso dare consigli a musicisti molto più preparati di me! Spero solo che sempre più spesso bravi chitarristi collaborino con bravi compositori, invitandoli a scrivere per lo strumento, cercando i punti nodali più critici e stimolanti nel dialogo fra tradizione e evoluzione.

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Mi piacerebbe trovare i musicisti adatti per un trio elettrico – batteria/percussioni e basso, o un’altra chitarra – in grado di utilizzare sonorità vicine al rock con un approccio quasi cameristico; in realtà non so se esistono musicisti con le caratteristiche specifiche di cui avrei bisogno… Mi piacerebbe fare qualche “traduzione”: trasporre sulla chitarra ed eseguire alcune cose di Erik Friedlander, Anthony Braxton, Tom Cora… Sto dando gli ultimi ritocchi a un nuovo album solista interamente acustico, composto per metà da composizioni istantanee e metà da brani scritti.

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre
verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica
nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Si fa musica per tanti motivi; quello che al momento mi sembra più degno è la ricerca di una
Sensazione estrema e rivelatoria, che trascenda l’ordinarietà. Questo non esclude la ricerca di una qualche forma di Bellezza.
Nella società – non solo contemporanea – c’è posto per chi lavora, produce e consuma; credo che un musicista possa tranquillamente essere lavoratore, produttore e consumatore, ma la componente più vitale, importante e indicibile del fare musica non è contemplata in tutto questo – non è parte dell’essere civile. Infine, se la musica contribuisce all’evoluzione di questa società vuol dire che è asservita ad essa. Mi auspicherei piuttosto una musica portatrice di crisi, oblìo, trascendenza, catastrofe!

lunedì 28 marzo 2011

Silvia Cignoli: Biografia


È nata a Milano nel 1985. Frequenta l’ Accademia Internazionale della Musica di Milano (ex scuola civica) e nel 2008, sotto la guida dell’ insegnante Paola Coppi, si diploma brillantemente come privatista al Conservatorio G. Verdi di Milano.

Attualmente frequenta il Master of Arts in Music Performance al Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano sotto la guida di Massimo Laura.

L’interesse per la musica contemporanea la spinge ad entrare tra il 2006 e il 2008 nell’ensemble dell’IRMus (Istituto di Ricerca Musicale) dell’ Accademia Internazionale della Musica diretto dal maestro Renato Rivolta.

Attualmente frequenta, presso l’ IRMus, il corso di chitarra elettrica per la musica contemporanea sotto la guida di Francesco Zago.

È la dedicataria del brano “Fuoco Pallido” per chitarra classica ed elettronica di Francesco Zago e del brano “Nightly” per chitarra amplificata di Andrea Tremolada, premiato al concorso di composizione G. Petrassi indetto dal conservatorio di Santa Cecilia a Roma.

Nel 2010 è vincitrice del Premio Speciale Novecento per l’interpretazione di un brano contemporaneo al Concorso Luigi Nono di Venaria Reale con “Nightly” di Andrea Tremolada.

Nel 2009 e nel 2010 ha preso parte a concerti diretti da Francesco Bossaglia, Arturo Tamayo e Omar Zoboli presso la Radio della Svizzera Italiana per la prestigiosa stagione “Novecento e Presente” indetta da Piergiorgio Bernasconi.

Nel 2010 collabora con l’Ensemble Laboratorium presso il Conservatorio della Svizzera Italiana e prende parte al festival di musiche contemporanee orientali Wasabi suonando un brano di nuova composizione di Gabrielle Brunner.

Ha partecipato attivamente a diversi corsi e masterclasses di perfezionamento sul repertorio dell’Ottocento, sul Tango, sulla musica antica, su quella contemporanea e sull’improvvisazione con i Maestri Maccari e Pugliese, Javier Pèrez Forte, Massimo Lonardi, Elena Càsoli, Arturo Tallini, Sharon Isbin, Aldo Minella. Ha partecipato ai corsi estivi di Montemonaco “Dalla musica al gesto, alla musica” tenuti dai maestri Arturo Tallini e Giuseppe Pepicelli vincendo un concerto in qualità di migliore allieva e a quelli tenuti da Paola Coppi, Agostina Mari, Vittorio Casagrande, Enea Leone, Roberto Masala.

Ha partecipato dal 2008 ad alcuni concorsi per la categoria concertisti senza limiti di età, classificandosi sempre fra i primi posti: nel 2008 al concorso Rocco Peruggini di Locate Triulzi (MI); nel 2009 al concorso Rospigliosi di Lamporecchio (PT), al concorso Roberto Pinciroli a Pavia e al concorso Città di Voghera (PV).

Partecipa a diversi eventi culturali a Milano come i “Break in musica” allestiti nelle piazze milanesi, ha suonato durante la mostra espositiva di Juan Mirò presso la fondazione Mazzotta, all’Università Statale di Milano e all’Accademia Internazionale della Musica per la rassegna “Notturni in Villa”, nonché in numerosi auditori; si è esibita a Londra presso la Mary Queen University, in varie località ticinesi della Svizzera e in Italia a Milano, Maccagno (VA) , Varese, Montemonaco (AP), Sant’Albano (PV).

Tra il 2003 e 2004 è stata membro dell’Orchestra di chitarre Centocorde diretta da Guido Muneratto.

Collabora dal 2006 con l’Atelier Chitarristico Laudense, per il quale ha tenuto più volte concerti a Lodi e località limitrofe in qualità di solista, anche all’interno dell’importante stagione concertistica.

E’ insegnante di chitarra dal 2005 e attualmente insegna in due scuole di musica a Milano.

http://www.myspace.com/silviacignoli
http://www.youtube.com/user/silviacignoli85?feature=mhum
http://www.antiliaduo.com/

Silvia Cignoli: “secondary colours inspire me more than primary ones” su AlchEmistica


Settima realise per AlchEmistica!
La nostra piccola netlabel sta poco a poco raccogliendo nuovi consensi e collaborazioni. E' la volta di Silvia Cignoli, giovane chitarrista classica votata alla musica contemporanea. Il suo “disco” per AlchEmistica “secondary colours inspire me more than primary ones” , titolo che riflette il suo interesse per la pittura e per le arti figurative.
Silvia riesce in questa realise a unire tra loro due repertori diversi e apparentemente inconciliabili, quello classico espresso dal brano "Il Trovatore" di J. K. Mertz e quello contemporaneo composto dai tre brani di Simone Fontanelli, Francesco Zago e Andrea Tremolada, che AlchEmistica ha il piacere e l'onore di presentare in anteprima assoluta grazie alla liberatoria concessa dagli autori e dall'interprete in via assolutamente esclusiva nei confronti della S.I.A.E.
Un gesto di grande generosità e di grande impegno artistico: “secondary colours inspire me more than primary ones” ci ricorda a ogni nota che la musica, quella suonata con passione, intelligenza e creatività non ha bisogno di essere divisa in generi. Il resto è solo merce.



Silvia Cignoli: “secondary colours inspire me more than primary ones”

1) "...che move il sole e le altre stelle" di Simone Fontanelli
2) "Fuoco Pallido" di Francesco Zago
3) "Nightly (Night Fragments) di Andrea Tremolada
4) "Il Trovatore" di J. K. Mertz

Intervista a Silvia Cignoli con Andrea Aguzzi


Andrea Aguzzi: La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato? Qual è il suo background musicale?

Silvia Cignoli: Credo che parlare di amore per la chitarra nel mio caso non sia del tutto corretto. Considero la chitarra solo un mezzo, il mio mezzo privilegiato per accedere a un mondo personale di suggestioni.
Vengo da una famiglia completamente estranea al mondo dell’Arte, ma furono i miei genitori, con grande intelligenza e sensibilità, a indicarmi la possibilità di cominciare a studiare chitarra. Ma non mi sono mai sentita “solo”chitarrista: ho infatti alle spalle una maturità artistica e un anno di frequenza alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti, con indirizzo Fashion and Textile Design) di Milano. Un giorno, impaziente di acquisire fra le mie mani e dentro di me le capacità per esprimere me stessa, capii che dovevo fare una scelta, e scelsi la musica.
Ricordo, intorno ai dodici-tredici anni, degli ascolti che furono come folgorazioni: i primi furono la “Sagra della Primavera” di Stravinskij e il “Pierrot Lunaire” di Shoeberg. In seguito il “Choro da Saudade” di Barrios. Suonavo la chitarra da un paio d’anni e in seguito mi iscrissi alla Civica Scuola di Musica di Milano e feci i tradizionali esami di Conservatorio.
Attualmente suono una chitarra del bravissimo Angelo Vailati e ne ho suonata per diversi anni una di Lucio Carbone.

A.A.: Ti sei diploma brillantemente come privatista al Conservatorio G. Verdi di Milano e attualmente frequenti il Master of Arts in Music Performance al Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano sotto la guida di Massimo Laura. Come ti trovi in Svizzera? Vuoi parlarci di questo Master?

S.C.: Lugano è nella Svizzera Italiana, per cui molte cose sono simili all’Italia. Tuttavia per molti aspetti si respira un’aria diversa, un ordine maggiore.
Ho scelto di iscrivermi al Master di Lugano principalmente per il fatto che è un conservatorio che presta molta attenzione alla musica contemporanea e perché è centro di iniziative uniche nella branca della musica contemporanea, come per esempio la stagione “Novecento e Presente” o i vari festival gestiti in maniera intelligente, creativa e fresca. Posso dire che questo ambiente mi sta dando la possibilità e le risorse per realizzare i miei progetti, anche quelli meno tradizionali.
E poi c’è l’ottimo rapporto umano-artistico con il mio insegnante principale Massimo Laura.

A.A.: So che stai frequentando, presso l’ IRMus, il corso di chitarra elettrica per la musica contemporanea sotto la guida di Francesco Zago. Trovo eccezionale la presenza di un corso per la chitarra elettrica segno evidente che la musica contemporanea sta ormai appropriandosi di strumenti che appartengono e provengono da altri generi musicali, come funziona questo corso?

S.C.: Eccezionale è anche il fatto che la Scuola Civica di Milano abbia avuto, prima di altri, il coraggio di investire su un corso così “all’avanguardia”. E il fatto che a insegnare sia un bravissimo musicista e compositore, non un chitarrista classico prestato all’elettrica, ma un chitarrista elettrico autentico che (nonostante gli studi di conservatorio) ha sempre fatto parte del mondo del rock contemporaneo e della musica contemporanea in generale.
Il corso prevede lezioni individuali e collettive di chitarra elettrica di repertorio contemporaneo.

A.A.: Hai realizzato di recente una uscita discografica con AlchEmistica, la nostra netlabel dedicata alla musica classica e contemporanea, ci vuoi parlare di questo tuo progetto? Come hai scelto i brani?

S.C.: “Fuoco Pallido” di Francesco Zago e “Nightly” di Andrea Tremolada sono brani a cui sono molto affezionata. Ne ho seguito la nascita e lo sviluppo, li ho studiati, ne ho discusso coi compositori e ho cercato sempre di stabilire un equilibrio fra quello che loro e la loro musica mi chiedevano e quello che io volevo da essa cercando in questo confronto delle assonanze, delle connessioni con il mio personale mondo immaginativo ed emozionale. Lavorare a contatto coi compositori è una delle cose che preferisco!
La Fantasia su Temi del Trovatore di Mertz mette in luce il mio grande interesse per l’opera lirica. In passato andavo spessissimo alla Scala, e sono sempre rimasta affascinata da quell’abnorme macchina che è il teatro d’opera: le scene, i costumi, i drammi, i cantanti che sono anche attori, le trame pittoresche delle opere italiane, il grande sipario rosso..
“…che move il sole e le altre stelle” di Simone Fontanelli è un brano che amo perché evidenzia un aspetto dolce ed etereo della chitarra e del mio modo di godere lo strumento, fatto di risonanze, piccole cellule, pochi palpiti, densità dell’assenza, silenzi morbidi sopra e sotto i suoni.

A.A.: Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Tu suoni sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo … ti riconosci in queste parole?

S.C.: Credo che, a dispetto di quanto sostenevano i futuristi, in musica, in arte, in tutto, il passato è qualcosa che è indispensabile conoscere. Inoltre la musica, come l’arte, non è fatta da compartimenti stagni. Per cui l’uomo, come osserva acutamente Sciarrino nel suo libro “Le Figure della Musica”, per costruire un’opera d’arte o un brano musicale (ma anche un’architettura o una decorazione) non fa altro che mettere in moto dei processi e dei meccanismi costruttivi che spesso evidenziano similitudini di forma e sviluppo anche in epoche storiche e contesti diversissimi. Per cui penso che un musicista dotato di un minimo di cultura e sensibilità possa calarsi senza troppi problemi in un brano rinascimentale piuttosto che in uno contemporaneo.
Dieci anni di studi tradizionali, come quelli da me compiuti, e la frequenza a corsi più specifici permettono di approfondire un po’ tutte le epoche, ma certo non bastano per ritenersi degli esperti di una o di un’altra epoca. Nel mio caso al momento sto seguendo quella che è la mia grande passione da quando ero piccola, la musica contemporanea. Anche se continuo ad amare molto suonare gli autori “classici” della chitarra, che formano per ora la parte preponderante del repertorio che eseguo con la bravissima flautista Cinzia Cruder, con la quale formiamo il Duo Antilia.

A.A.: Hai partecipato a diversi corsi e masterclasses di perfezionamento sul repertorio dell’Ottocento, sul Tango, sulla musica antica, su quella contemporanea e sull’improvvisazione con i Maestri Maccari e Pugliese, Javier Pèrez Forte, Massimo Lonardi, Elena Càsoli, Arturo Tallini, Sharon Isbin, Aldo Minella. Hai partecipato a corsi estivi tenuti dai maestri Arturo Tallini, Giuseppe Pepicelli, Agostina Mari, Vittorio Casagrande, Enea Leone, Roberto Masala. Che ricordi hai di queste masterclass e di questi insegnanti? Chi ti ha colpito di più?

S.C.: Inutile dirlo, ognuno di questi grandi artisti mi ha lasciato qualcosa di importante. Con la loro musica, la loro esperienza, il loro atteggiamento verso le cose, con frasi che hanno illuminato la mia ricerca come musicista.
Ma la persona che senza ombra di dubbio ha contribuito maggiormente alla mia formazione umana e artistica è colei che è stata la mia insegnante di chitarra per dieci anni, Paola Coppi, che mi ha accompagnata, instancabile, forte, generosa, appassionata, esigente, comprensiva, al mio diploma. Paola è stata una figura importantissima, capace di vedere dentro e oltre me, capace di essere severa e affettuosa allo stesso tempo, di non oscurare mai la mia personalità artistica ma di valorizzarne l’unicità. Dotata di una sensibilità umana e musicale fuori dal comune, è capace di far comprendere la Musica senza usare paroloni o filosofie, ma riuscendo a far parlare le dita dei suoi allievi. Non sarei mai stata quella che sono senza la sua preziosa presenza.

A.A.: Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

S.C.: Il primo approccio con l’improvvisazione fu quest’estate a un corso estivo con Arturo Tallini. Ero completamente digiuna in materia e lui ha saputo esattamente come farmi entrare nello spirito dell’improvvisazione, ed è stato molto, molto divertente!
Per ora sto solo “assaggiando” questa pratica (a febbraio parteciperò a un concerto per la stagione Novecento e Presente a Lugano dove dovremo improvvisare su musiche di Caccini, Stefani, Bartok), ma spero di riuscire presto ad approfondire maggiormente l’argomento.
Non credo si possa parlare di vera improvvisazione nel repertorio classico anche se, allargando il significato del termine, in un certo senso in ogni concerto e ogni volta che suono c’è un’ alta dose di imprevedibilità, per cui potrei affermare che la mia interpretazione dei brani che eseguo è, molto spesso, improvvisata.
Certo nella musica antica, nel Barocco e fino all’Ottocento sappiamo bene che spesso le note scritte erano molte meno di quelle che poi uscivano dalla bocca di un cantante o dall’arco di un violino, ma non dobbiamo dimenticare che queste prassi erano normali all’epoca, quindi erano in un certo senso codificate ed entravano a far parte del “gergo” dei musicisti. Per cui mi sembra un po’ azzardato parlare di vera e propria improvvisazione che, nel mio immaginario, ha una connotazione molto più libera.

A.A: Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

S.C.: Ci troviamo in un’epoca privilegiata rispetto al passato proprio perché possiamo disporre facilmente di materiale storico. Prima l’interesse per la riscoperta del passato era molto inferiore rispetto a oggi e fino all’avvento delle nuove tecnologie (cd, internet,..) anche lo studio era molto meno agevole.
La fruibilità di spartiti e registrazioni che circolano in rete e nei negozi permettono ad ognuno di noi di avere fra le mani molto facilmente spartiti e registrazioni, ma tutt’altra cosa è capirle a fondo. Per fare questo è necessario studio e approfondimento. Ed esistono sempre più persone che decidono di dedicarsi allo studio della musica del passato e che ci mettono a disposizione il frutto del loro lavoro.
In conclusione, quella della globalizzazione è una componente della nostra epoca dalla quale non possiamo prescindere, ma che dobbiamo saper sfruttare a favore della nostra conoscenza e della nostra arte.
Se un musicista o compositore ha alle spalle una certa sensibilità e coscienza musicale, questo problema non esiste.

A.A.: Più che una domanda .. questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

S.C.: Esattamente per quanto succede nel rapporto con il passato (non possiamo prescindere da esso, dalla sua memoria conscia o inconscia), dal rapporto con la forma figurativa in arte (non possiamo creare nulla, neanche la forma più astratta, che non fondi le proprie radici nella nostra memoria immaginativa), anche la sperimentazione più ardita in musica è soggetta a una certa connessione con le reminescenze storiche, psicologiche, filosofiche, sociologiche, emotive del passato. Quindi ricordare è implicito anche nell’atto di una creazione contemporanea. La differenza è quella che i compositori di oggi sono maggiormente consapevoli della loro scelta di guardare oppure di slegarsi dal passato.
Ciò di cui parla Nono sembra più riferirsi a un certo tipo di atteggiamento che riguarda spesso le persone che si raffrontano con i linguaggi contemporanei. Riguarda principalmente coloro che credono che la musica debba essere in un determinato modo, debba divertire, intrattenere, rilassare, debba essere riconoscibile e riconosciuta e, quindi, rassicurante.
Ma la vera contraddizione sta nel fatto che c’è molto di più di noi stessi nell’arte contemporanea che in quella del passato. C’è tutto quello che noi siamo ora, nella nostra epoca. C’è tutto quello che di noi stessi riusciamo a vedere poiché quasi per definizione l’Arte è uno specchio su di noi. E questo emoziona, stordisce, incanta, affascina. Allora perché molte persone, anche musicisti, hanno questo rifiuto nei confronti dei linguaggi contemporanei se proprio in questi più che in altri essi si potrebbero riconoscere? La risposta potrebbe essere: perché in questi si potrebbero riconoscere. E il riconoscersi, il guardare a fondo dentro se stessi, implica fatica. Inoltre, per citare nuovamente Sciarrino, in ogni innovazione è presente una dose di trasgressione, e questo spaventa, perché automaticamente “aggredisce” le certezze di chi la recepisce. Non a caso un’enorme quantità di artisti del passato furono incompresi o sottovalutati nella loro epoca. Inoltre per le opere della contemporaneità ci deve essere, da parte di chi le recepisce, un maggiore senso critico, il coraggio di credere o non credere nel valore di una determinata opera, sopra la quale la storia, il giudizio degli esperti, il vissuto dell’uomo non hanno ancora fatto il loro corso. Per fare questo non è necessario altro, secondo me, che avere mente, orecchie e cuore aperti.

A.A.: Qual è il ruolo dell’Errore nella tua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...

S.C.: Errore può essere un’interferenza, due o più elementi che prima erano in gioco e poi arrivano a scontrarsi, in una collisione che genera nuova materia.
E’ proprio l’Errore materia prima per la creazione della musica Glitch, che basa la propria costruzione sull’utilizzo di errori digitali e analogici.
Coloro che hanno esperienza di improvvisazione sanno bene quanto da un errore possa nascere una nuova via creativa, e quanto questo possa dare una svolta al corso di un’esecuzione.

A.A.: Parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

S.C.: Penso che sia molto importante essere in grado di autopromuoversi, poter quindi indirizzare in modo efficace le informazioni su chi siamo e cosa facciamo a chi pensiamo possa essere interessato. A farlo bene, insomma, può diventare un vero e proprio lavoro. Il problema è però che spesso non siamo preparati a farlo.

A.A.: Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

S.C.: Non so se mi sento nella condizione di dare consigli, tuttavia trovo, a un certo punto del proprio percorso, particolarmente importante chiedersi che ruolo si ha o si vuole avere rispetto a ciò che si è scelto di fare, e che apporto si può dare, nel proprio piccolo, alla musica, al di là del proprio, naturale, desiderio di successo. Penso che trovare una risposta a queste domande sia indispensabile per chiunque voglia intraprendere una carriera artistica.
Inoltre cercare sempre di valorizzare la propria originalità, evitare il rischio di appiattimento generato da certi ambienti chitarristici chiusi, dal continuo riproporre i soliti pezzi di repertorio, dalla smania di vincita dei concorsi che, come spesso sappiamo, premiano maggiormente musicisti tecnicamente perfetti ma senz’anima.

A.A.: Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

S.C.: I pezzi che desidero maggiormente suonare non sono ancora stati scritti: mi vedo dentro la musica di oggi a prestare le mie mani a chi crea musica ora. Fra i pezzi già composti però mi vengono in mente subito due titoli: “Professor Bad Trip” di Fausto Romitelli e le “Quattro Danze Macabre” di Nadir Vassena. Inoltre spero di avere presto a che fare con musiche di Giorgio Colombo Taccani e Fabio Vacchi.
Per quanto riguarda il mio progetto più imminente sto cominciando a organizzare il mio recital
di fine master (interamente su brani contemporanei, uno di questi in fase di scrittura), che sarà
composto da una serie di performance interdisciplinari tante quanti sono i pezzi che suonerò. Per ogni brano ho pensato a qualcosa che potesse distogliere lo spettatore dalla sensazione di dover assistere a un concerto inteso in modo tradizionale, ma che comunque avesse un legame forte col pezzo. Ci saranno attori, video, proiezioni, cura del gesto e dei movimenti dei musicisti, cura delle luci e utilizzo del buio e dei costumi.
Dopo quest’ultimo, intenso, anno di Master credo che avvertirò la necessità di sviluppare o
riprendere aspetti che fino ad ora non ho avuto il tempo di coltivare: mi piacerebbe studiare un minimo di recitazione e riprendere a lavorare un po’ anche con l’immagine.
Continuerò sicuramente a portare avanti il Duo Antilia con Cinzia Cruder ma parallelamente vorrei cominciare a formare una squadra di persone con intenti simili ai miei per proseguire a lavorare su progetti interdisciplinari, cosa che ho sempre sentito di voler fare.

A.A.: Dato che ci scambiamo spesso le letture .. cosa stai leggendo adesso e cosa ci consigli?

S.C.: In questo momento sto leggendo “Le figure della musica” di Sciarrino.
Fra i libri che consiglierei c’è sicuramente “Lo spirituale nell’arte” di Kandinskj, un libro secondo me di importanza capitale scritto da un pittore illuminato, rivoluzionario, ma che parla a tutti gli artisti.
Letture indimenticabili sono inoltre i saggi di Paolo Repetto, in particolare “La Visione dei Suoni”, raccolta di articoli che trattano dei parallelismi profondi fra compositori e pittori o architetti, raccontati con delicatezza e grandissima poesia.
Altre letture che consiglio sono: “Il resto è rumore” di Alex Ross, “Il paesaggio sonoro” di Murray Shafer, “Musicofilia” di Oliver Sacks, “Musica e Pittura” (Shoenberg e Kandinskj).

A.A. Ultima domanda: Roberto Freak Antoni, il cantante degli Skiantos, ha scritto una volta un libro intitolato “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti” … tanti chitarristi italiani, specialmente se interessati alla musica contemporanea si sono da tempo trasferiti all’estero e lì hanno avviato una carriera impensabile in Italia .. pensi di seguire le loro orme?

S.C.: Al momento i miei legami lavorativi e di studio si tendono fra Milano e Lugano. Non ho intenzione, per ora, di trasferirmi in via stabile all’estero, poiché sento di non aver esaurito le mie possibilità qui. Ma mi piacerebbe lavorare in Svizzera e rimango aperta a qualsiasi possibilità.

A.A.: Ultimissima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

S.C.: Si fa musica principalmente per necessità interiore.
La seconda e la terza domanda sono assimilabili: il posto di chi fa musica nella società contemporanea è ovunque: come schematizza Kandinsky, la società può essere rappresentata come un triangolo suddiviso in diversi fasci orizzontali in cui si collocano rispettivamente le persone con diversi livelli di consapevolezza. Esso rappresenta la vita spirituale della società. In ogni sua fascia sono presenti gli artisti, ma se il loro prodotto è di contenuto impuro o non elevato può far precipitare un livello superiore ad uno inferiore: non per forza questo triangolo avrà un movimento di ascesa, anzi ci sono periodi di decadenza spirituale, ovvero di staticità artistica, in cui gli artisti tendono a riprodurre gli stessi oggetti o le stesse idee. E’ il caso per esempio di molta musica commerciale, la cui banalità e i cui contenuti scontati relegano le persone delle fasce inferiori del triangolo a uno stato basso di consapevolezza, senza dar loro la possibilità di salire a un livello superiore del triangolo.
Rispettare sterilmente le tecniche tradizionali dà luogo a opere d’arte vuote, come anche stravolgerle inutilmente. Gli artisti hanno quindi una grande responsabilità verso se stessi e verso la società, perché, come dice Kandinsky, del loro pane spirituale la società si nutre, perché ne sono lo specchio profondo.

lunedì 28 febbraio 2011

Lucia D'Errico: Biografia


Lucia D'Errico si diploma a pieni voti presso il Conservatorio "B. Marcello" di Venezia sotto la guida di Tommaso De Nardis. Sta conseguendo un corso di alta specializzazione in performance presso il conservatorio di Birmingham (UK) focalizzandosi sul repertorio contemporaneo. Interessata all'approfondimento dei più svariati linguaggi e alle loro possibili reciproche interazioni, studia composizione con Riccardo Vaglini, lingue e letterature straniere presso l'università di Ca' Foscari di Venezia, dove consegue una laurea magistrale con lode in letteratura
inglese; i suoi interessi extramusicali includono il cinema e le arti grafiche.
Suona per importanti istituzioni quali Teatro Dal Verme di Milano, Teatro La Fenice di Venezia, Brinkhallin Summer Festival di Turku, Finlandia, Festival Nuovi Spazi Musicali Roma, Ciclo di Musica Contemporanea dell'Istituto di Musicologia “Carlos Vega” di Buenos Aires, Festival Desde el Este al Oste di Rosario, Argentina, Festival Chitarristico Castelnuovo-Tedesco di Treviso, Festival Chitarristico di Conegliano, e molti altri. Il suo interesse specifico per la musica di oggi la porta a dare numerose prime esecuzioni e a collaborare con compositori tra cui Rocco Abate, Alessandra Bellino, Eduardo Caceres, Mauro Cardi, Paola Ciarlantini, Alessandra Ciccaglioni, Silvia Colasanti, Federico Costanza, Daniel Alberto Cozzi, Biancamaria Furgeri, Ada Gentile, Marta Lambertini, Luca Mosca, Francesco Pavan, Marcela Pavia, Mauro Porro, Alessandra Ravera, Cesare Saldicco, Francesco Telli, molti dei quali le hanno dedicato loro opere.
Si specializza con Elena Càsoli, Marco Cappelli, Zoran Dukič, Carlos Molina, Vladislav Blaha, Helen Sanderson.
Oltre che alla chitarra classica, si dedica alla chitarra elettrica e chitarra basso, e si sta interessando alla musica mediorientale attraverso la conoscenza dell'oud.
È tra i fondatori del gruppo FramEnsemble. Affianca all'attività di interprete quella di didatta, come docente nelle scuole e tenendo masterclass in Italia e all'estero (U.S.A., Argentina), e ha collaborato per diversi anni con Tommaso De Nardis all'interno del conservatorio di Venezia. Opera nell'associazione "Musici Mojanesi" per la promozione della cultura musicale con particolare attenzione alle giovani generazioni.

info:
lu.derrik@gmail.com

Lucia D'Errico: Guitar Improvisation Project


Lunedì 31 gennaio 2011 è partita Impronta Musicale, iniziativa che si propone di promuovere giovani chitarristi/e diplomandi e/o neodiplomati particolarmente interessati al repertorio contemporaneo. Appena partita già offre elementi di grande qualità.
Lucia D’Errico, aderendo a tale iniziativa, si propone agli appassionati che seguono AlchEmistica, con il quarto capitolo del progetto Guitar Improvisation.
Lucia propone due improvvisazioni realizzati il primo con chitarra elettrica ed il secondo con chitarra classica e MacGuffin.
Un insieme di suoni poco chitarristici e più figli dell’evolversi della tecnologia per l’uomo e per la musica: un immergersi in un universo che lega il ricordo ancestrale amniotico con i suoni tecnologici e futuribili.
Il concetto di tecnologia, di meccanismi, di meccanicità si riflette anche nel secondo brano, suonato con strumenti più classici, ma che incalza con un ritmo ostinato di decostruzione progressiva di una proiezione di una sorta di disco music ancestrale.
Ineccepibile e divertente, intenso ed ispirato: un lavoro maturo, un lampo dell’improvviso..
Anche in questo quarto appuntamento, Guitar Improvisation Project rimarca tratti di innovazione e di suoni fuori dal comune sentire.
Non resta che premere il tasto sinistro sopra “download mp3 release + images” e nuotare con Lucia.

Download and listen to it on

Podcast dell'Intervista a Lucia D'Errico su Frammenti di Radio Kairos Venerdì 18 febbraio ore 13




Frammenti è un programma radiofonico in onda su Radio Kairos
In fm a Bologna sui 105.85 fm e in streaming web dal sito http://www.radiokairos.it/
Tutti i venerdì alle 13:00 e in replica il martedì alle 19:00

Trenta minuti di musica da tempi e luoghi diversi
Racconti vicini e lontani che parlano di chitarre
Novità discografiche, concerti, interviste, notizie

Intervista a Lucia D'Errico con Andrea Aguzzi


Andrea Aguzzi: La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato? Qual è il tuo background musicale?

Lucia D'Errico: Fin da piccola ho sempre ascoltato tanta musica, soprattutto classica, e la chitarra l'ho vista in mano a mio papà che la suona da amatore. Mia sorella ha iniziato a suonare il piano molto presto, ma nonostante questa enorme ricchezza di stimoli non ho considerato mai l'idea di suonare uno strumento fino all'età di undici anni: avevo cose più importanti da fare io – ovviamente, giocare e spassarmela! Poi galeotti furono i Beatles: ascoltando un loro disco mi sono incaponita a voler riprodurre le note di “Yesterday” su una chitarra che mio papà aveva comprato d'occasione (e che conservo ancora con affetto) e da allora non mi sono mai fermata. Insomma, posso dire di non aver mai smesso di giocare, con o senza una chitarra in mano...
Il mio strumento principale è la chitarra classica, ma negli anni mi sono divertita a sperimentare alcune sue declinazioni: elettrica, basso, steel-string, oud, balalaika, charango… Interessata alla composizione, ho imparato a mettere le mani sul pianoforte, col beneficio di un approccio del tutto diverso all’armonia e alla scala musicale. In qualche momento d’ozio mi diverto a suonare il tamburello – strumento affascinante e infinito; e per ultimo, cosa che mi è servita molto, ho imparato qualche rudimento del canto. Suono da cinque anni su una Novelli in abete e acero, e da due su una Fender Strato.
Come già ti ho detto la musica – chiamiamola – classica ha sempre avuto un ruolo preponderante nei miei ascolti. Ma sono curiosa verso ogni manifestazione musicale; la mia ultima passione è la musica di culture molto diverse dalla mia. E se negli anni del conservatorio mi sono un po’ allontanata dagli ascolti “rockettari” dell’adolescenza, oggi ci torno spesso e volentieri con rinnovata curiosità e divertimento. Non a caso alcuni tra i miei compositori preferiti sono quelli che coniugano la ricerca sonora e formale a generi popolari o commerciali: Romitelli, Ligeti, Bartók, Mahler, Schubert…

Andrea Aguzzi: Ti sei diplomata al Conservatorio "B. Marcello" di Venezia sotto la guida di Tommaso De Nardis e stai conseguendo un corso di alta specializzazione in performance presso il conservatorio di Birmingham (UK) focalizzandoti sul repertorio contemporaneo. Come ti trovi in Gran Bretagna? Vuoi parlarci di questo Master?

Lucia D'Errico: Tommaso De Nardis è stato una grande guida, sia dal punto di vista umano che artistico: in Italia quindi sono stata molto fortunata. La sua visione didattica impareggiabile e per certi aspetti avanguardistica l’ho ritrovata con piacere nell’organizzazione del conservatorio di Birmingham, ma stavolta elevata ad istituto. Purtroppo un ottimo insegnante non basta: le idee hanno bisogno di un ambiente favorevole in cui crescere, e quello dei conservatori italiani è ancora molto lontano dal clima collaborativo, vitale e propositivo che sto respirando a Birmingham – anche se le persone che si sforzano di cambiare le cose in questo senso sono tante, e spero avranno grande fortuna. Il master è una specie di tour de force per performers: tre grandi concerti, di cui uno con orchestra, più mille occasioni di mettersi alla prova. E seminari su psicologia per interpreti, sviluppo professionale, aspetti della performance… ho appena iniziato e l’impressione è che ci sia ancora moltissimo da scoprire.

Andrea Aguzzi: Fai parte del FramEnsemble che abbiamo già intervistato nel blog e suoni in duo con Michela Caser, come va l’attività dell’Ensemble e del Duo?

Il gruppo sta crescendo sempre più e per il futuro i progetti sono tanti, e per me molto intriganti. Non si tratta solo di proporre musica nuova, ma di collegare la nostra attività musicale ad altre realtà, in modo da farsi incuriosire il più possibile, e incuriosire a nostra volta. Questa visione di Frame collima in gran parte con la mia: facciamo musica, ma con essa parliamo di tante altre cose. Vogliamo insomma uscire dalla torre d’avorio, e magari cominciare a minarne le basi. Una musica che parla solo a se stessa e di se stessa può essere bella, ma diventa autistica.
Con Michela, sempre all’interno dell’ensemble, abbiamo avuto bellissime esperienze, tra cui una breve tournée in Argentina lo scorso ottobre. In programma insieme, una partecipazione al Festival 5 Giornate a Milano.

Andrea Aguzzi: Hai realizzato di recente una uscita discografica con AlchEmistica, la nostra netlabel dedicata alla musica classica e contemporanea, ci vuoi parlare di questo tuo progetto? Come ti sei trovata a dover improvvisare e come mai hai dato quei titoli “at school they held me under a bucket of dirty water” per il brano per chitarra elettrica e “Disco machine” per quello per chitarra classica? A scuola ti facevano davvero così tanti gavettoni?

Lucia D'Errico: Il progetto con AlchEmistica mi ha permesso una scoperta. Sono da sempre stata poco propensa all’improvvisazione (sono molto legata alla pagina scritta, e un foglio bianco mi ha sempre fatto un po’ di paura), ma ultimamente le sfide mi piacciono: e, accolta la sfida, ho trovato un mondo di potenzialità inesplorate che sicuramente feconderà anche il mio lavoro come interprete. La cosa che ho apprezzato di più in questo esperimento è stata la capacità di emancipare l’errore… ma ne parlerò più avanti.
Nel primo brano, per chitarra elettrica, sono andata alla ricerca di suoni non solo poco “chitarristici”, ma anche poco “umani”, derivati in parte da memorie uditive tecnologiche, in parte da un'immaginazione vagamente acquatica, o meglio amniotica. Il titolo – per mia fortuna – non l'ho tratto dalla mia autobiografia! Una mia grande passione è quella della citazione, in questo caso letteraria. Ho scelto questa perché, oltre ad avere un bellissimo ritmo, nel libro da cui è tratta riassume un vissuto sotterraneo e mai rimosso: era questa l'ispirazione di partenza. Ma non ti dirò il titolo del libro! Mi piace troppo l'idea che chi la legge possa rintracciarla, chissà quando e per caso, con quel libro tra le mani... anche se magari una semplice ricerca su google vanificherà la poesia dell'incontro fortuito. Ma sto divagando...
Il secondo brano è invece per chitarra classica – diciamo così – preparata. Tutto si basa su un ritmo ostinato e meccanico a cui si avviluppa una triade maggiore “stonata”, tarlata; un materiale di base così privo di grazia e intelligenza da farmi pensare con divertimento a certa disco music... è stato un gusto squinternare un po' alla volta l’ottusa ripetitività dell'inizio.

Andrea Aguzzi: Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “…Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Tu suoni sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo… ti riconosci in queste parole?

Lucia D'Errico: Sono felice di non aver più bisogno di pormi il problema. Secondo me una musica che è stata sperimentale, fosse pure nell’antica Grecia, continua ad esserlo; ed io continuo ad approcciarla come tale. Certo credo che non affrontare – o non voler accettare, accade anche più spesso – la musica dei nostri tempi sia un grande peccato per un musicista (nel senso: che peccato!). Capire ed interpretare l’oggi è il miglior strumento che conosco per sapersi immedesimare nello ieri. E se dobbiamo considerare Beethoven e Chopin come reliquie, mostri da teche, piuttosto che come sono stati – carne vivente, “carne viva” e a loro volta oggetti di scandalo – beh, tanto vale non suonarli e basta: meglio l’oblio di una seconda sepoltura.
Per il resto, un albero è fatto di foglie e di radici, entrambe parti indispensabili alla sua esistenza.

Andrea Aguzzi: Hai partecipato a diversi corsi e masterclasses di perfezionamento sul repertorio contemporaneo con Elena Càsoli, Marco Cappelli, Zoran Dukic, Carlos Molina, Vladislav Blaha, Helen Sanderson e hai studiato composizione con Riccardo Vaglini. Che ricordi hai di queste masterclass e di questi insegnanti? Chi ti ha colpito di più?

Lucia D'Errico: Da ogni incontro si riceve qualcosa, ma di queste esperienze apprezzo gli stimoli umani quanto e più ancora di quelli musicali. Detto questo, ho un bellissimo ricordo dell’incontro con Elena Càsoli. Parlare delle sue doti musicali è qui superfluo; la cosa per cui mi ha colpito è stato il rispetto e la profondità con cui si rapporta alla musica (tutta la musica), al suo lavoro, e a ogni cosa, sì devo dire a ogni cosa. Nella giornata del workshop che ho fatto con lei siamo andati tutti a fare un picnic su un prato di montagna. A un certo punto un enorme ragno si è messo a passeggiare sulla nostra tovaglia: tutti (io per prima) ci siamo alzati con ribrezzo, mentre lei si è chinata e ha raccolto quel ragno come fosse un pulcino! Ecco, ho pensato: se tutti fossimo capaci di comportarci così con le – apparenti – bruttezze che ci circondano, chinarci e prenderle in mano, il mondo non avrebbe tanti problemi. Quest'immagine riassume la grandezza dell'impressione che Elena ha avuto su di me, e forse l'atteggiamento che la rende così profonda e magnetica anche in musica.

Andrea Aguzzi: Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Lucia D'Errico: Il mio lavoro si basa per grandissima parte sull’indagine e sulla pianificazione: la tornitura di gesti e suoni, la scultura delle intenzioni. Improvvisare per un interprete può essere pericoloso: quando il lavoro è così difficile, scavare un solco solido dove i movimenti di muscoli e mente si possano incuneare è, almeno per il mio modo di lavorare, fondamentale. Condurre un lavoro parallelo sull’improvvisazione però può dare un vantaggio, e non da poco; quello cioè di sondare la propria immaginazione, la propria spontaneità, andare a verificare cosa la propria memoria muscolare e uditiva va a ripescare per rielaborarlo e riproporlo. Una grande riflessione per qualunque interprete, anche il più classico.

Andrea Aguzzi: Oltre che alla chitarra classica, ti dedichi anche alla chitarra elettrica e chitarra basso, e ti stai interessando alla musica mediorientale attraverso la conoscenza dell'oud, come mai questo interesse per strumenti fuori dai canoni “classici”? Cosa pensi di suonare con l’oud? Te lo chiedo perché amo molto la musica mediorientale e l’oud e sono dei mondi musicali vastissimi…

Lucia D'Errico: Chitarra elettrica e basso sono state due grandi amori adolescenziali – difficile sfuggire al loro fascino a quell’età. Dopo gli studi classici le ho riprese in mano per alimentare la mia voglia di novità e la mia curiosità, e mi servono a ossigenare l’aria un po’ viziata di accademismo che di tanto in tanto sento aleggiare attorno allo strumento classico. E poi il repertorio, soprattutto quello per elettrica, è così bello e ricco che non ho potuto resistere, e proprio in questi mesi lo sto esplorando con gran piacere.
Sono stata folgorata dall’oud quando ho avuto l’opportunità di assistere ad un concerto del virtuoso egiziano Farhan Sabbagh; questa rivelazione di uno strumento così versatile è andata a sposarsi con la mia attrazione per la musica microtonale (un altro dei miei compositori preferiti è Scelsi). E così, dopo aver fatto togliere i tasti ad una mia vecchia chitarra con scarsi risultati, ho ricevuto in regalo un oud sul quale mi sto divertendo. Per ora sto cercando di conoscere la musica mediorientale e dell’area mediterranea, concedendomi qualche incursione nel repertorio medievale. Presto spero di ottenere una tecnica adeguata a proporre questo strumento a qualche compositore per offrire le sue possibilità anche alla creatività europea.

Andrea Aguzzi: Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Lucia D'Errico: Parlando tempo fa di questo con degli amici sono giunta a una curiosa conclusione. A chi lamentava che al giorno d’oggi l’esuberanza di stimoli condurrebbe appunto ad un appiattimento in cui rintracciare segni dell’autenticità e del valore del passato sarebbe difficile se non impossibile, e che i tratti facciali dei nostri tempi sarebbero stati erosi da una specie di indistinta miscela mediatica, ho risposto che forse non è così male considerare questo il volto dei nostri tempi: una specie di rumore bianco, una saturazione degna di Kline o Pollock che può costituire uno scenario poetico in cui muoversi (e di cui questo mio chilometrico periodo fornisce un esempio calzante!). Scherzi a parte, non riesco a considerare la coesistenza di tempi, modi e luoghi così diversi come qualcosa di negativo. Anzi: questo potrebbe servire a evitarci tanti odiosi arianesimi musicali – che, credimi, esistono.

Andrea Aguzzi: Più che una domanda... questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” …ora... la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

Lucia D'Errico: Liberarsi di se stessi è una beatitudine per pochi. Chi non può o non vuole farlo, è costretto a filtrare le esperienze esterne con la propria percezione. La vedo come una cosa imprescindibile, anzi, forse ritrovare se stessi in un’opera altrui è lo scopo stesso dell’arte. Come dice Proust, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.” Non vedo questa come una cosa negativa, perché non siamo fatti di soli meccanismi e razionalismo. In assenza di un sistema che si sovrapponga al nostro io e alla nostra intelligenza, la musica anzi ci permette di indagare noi stessi in maniera salutare. Certo quando indossiamo le lenti deformanti dell’ideologia, qualunque essa sia, il nostro sguardo diventa violenza su tutto – ahimè, non solo sul mondo dei suoni.

Andrea Aguzzi: Qual è il ruolo dell’Errore nella tua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...

Lucia D'Errico: Una felice bufala di J. F. Kennedy vuole che l’ideogramma cinese per “crisi” sia composto dalle parole “pericolo” e “opportunità”. La verità – seppure non etimologica – di questo l’ho potuta sperimentare nel mio approccio all’improvvisazione. Non credo che improvvisare significhi sapere esattamente cosa succederà, o forse questo riguarda solo improvvisatori di professione. Penso che il distinguo stia nell’abilità di gestire l’imprevisto, di emancipare l’errore a volontà. Questa è la bellezza dell’errore, sia in musica che nella vita: è la crepa attraverso cui riusciamo ad intravedere un’altra realtà. Certo ogni crepa minaccia distruzione… ma la fragilità del tutto aggiunge fascino e “thrill” a chi sa accettare l’errore come parte dell’esistenza. L’errore insomma può diventare una chiave per un mondo altrimenti sconosciuto.

Andrea Aguzzi: Parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Lucia D'Errico: Un musicista brillante che non promuove se stesso è come una bellissima lampada che splende sotto un secchio. Sarebbe bello potersi occupare solo della ricerca, ma è necessario – oltre che molto faticoso – distinguersi tra le mille voci che ci circondano. All’estero lo sanno e in molti conservatori (tra cui Birmingham) vengono offerti corsi specifici.

Andrea Aguzzi: Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Lucia D'Errico: Di muoversi molto, fisicamente ma soprattutto con la testa; di amare ciò che si fa, di amare ciò che non si fa, di ascoltarsi, di ascoltare.

Andrea Aguzzi: Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Lucia D'Errico: Un sogno che spero di realizzare a breve è di suonare con mia sorella Anna, una pianista straordinaria; la poca compatibilità dei due strumenti ci ha sempre frenato, ma vedremo… Per il resto, spero di collaborare con musicisti che mi stimolino e mi aiutino ad approfondire la conoscenza della mia creatività. Altri progetti: lavorare con artisti provenienti da ambiti extramusicali (arte visiva, letteratura, cinema… e chissà che altro), farmi influenzare, contaminare, innestare e disinnestare… insomma, cambiare.

Andrea Aguzzi: Ultima domanda: Roberto Freak Antoni, il cantante degli Skiantos, ha scritto una volta un libro intitolato “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”… tanti chitarristi italiani, specialmente se interessati alla musica contemporanea si sono da tempo trasferiti all’estero e lì hanno avviato una carriera impensabile in Italia... pensi di seguire le loro orme?

Lucia D'Errico: Sono convinta che il male dell’Italia non sia né la stupidità né l’ignoranza – nonostante l’immagine che il nostro Paese ultimamente sembra voler dare di se stesso sia quella di una compiaciuta e anabolizzata superficialità. Ma per fortuna la realtà non è (o non è solo) quella che appare in TV: le persone intelligenti e creative sono tante. Credo che il difetto che nel nostro Paese le paralizza sia piuttosto l’abitudine alla lagna: è sempre colpa di qualche oscuro potere se le cose vanno male, e questo atteggiamento dannoso e purtroppo contagioso impedisce di pensare in grande e di agire, in un circolo vizioso di inerzia. Spero che l’esperienza all’estero rafforzi questa mia convinzione, così da tornare in Italia con ancora più voglia di cambiare le cose.

Andrea Aguzzi: Ultimissima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Lucia D'Errico: Alla prima domanda lascio rispondere a Nietzsche: si fa musica perché senza musica la vita sarebbe un errore. Il posto di chi fa musica è (e non può che essere!) ai margini della società, come dovrebbe essere quello di ogni artista, di ogni filosofo, religioso, insomma, di ogni pensatore. Perché il pensiero, se non è marginale, se non ha la forza di collocarsi sempre nella coda dell’occhio – e quanta ce ne vuole! – indurisce, si fa violenza, si sclerotizza come la corteccia di un albero. Bisogna avere il coraggio e l’umiltà di essere sempre rami verdi… E’ inutile lamentarsi del distacco del pensatore dalle masse: nessun riconoscimento sociale o economico vale il compromesso che un’accettazione su larga scala non può che implicare. L’artista sta fuori, sta “fra”: guarda, commenta, capisce, e se non può o non vuole cambiare il mondo si sforza di cambiare se stesso: e ho detto tutto. E qui rispondo all’ultima domanda: al fatto che la musica possa cambiare la società credo poco. Non l’ha fatto finora, dubito che lo farà mai. Ma la musica ha un grosso potere, quello di cambiare le persone, o almeno di metterle in discussione. E la società è fatta di persone quindi forse…

lunedì 31 gennaio 2011

Angelo Mirante: Biografia


Angelo Mirante frequenta l'ultimo anno di chitarra presso il Conservatorio di Musica Licinio Refice di Frosinone con il M° Eugenio Becherucci. Ha partecipato a masterclass con il M°Leo Brouwer, M°Jorge Cardoso e tenute dall'Eon Guitar Quartet. Ha frequentato inoltre masterclass
di Composizione e analisi con il M° Pompeo Vernile. Ha collaborato con il Coro dell’Università degli studi di Cassino e partecipato a manifestazioni con il patrocinio dell’Università stessa.
Fa parte dell'Orchestra di Chitarre del conservatorio Licinio Refice di Frosinone. Organizza il Festival Internazionale di Chitarra di Castrocielo. Dirige l'orchestra di Chitarre di Castrocielo. Ha partecipato come concertista in manifestazioni musicali patrocinate dalla Pro Loco di Castrocielo, dal Comune di Castrocielo, dalla Provincia di Frosinone e dalla Regione Lazio e anche nel Festival di Chitarra di Bologna.
Durante i suoi anni di studio ha sviluppato un interesse particolare del repertorio contemporaneo, aderisce al progetto al Guitar Improvisation Project promosso dalla net Label AlchEmistica.

Frammenti - seconda stagione - undicesima puntata intervista a Angelo Mirante



http://frammenti.podomatic.com/entry/2011-02-02T06_55_09-08_00